|| Expat-Life || In the end

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It doesn’t even matter
Fine è una parola dallo strano potere.
Sono solo quattro lettere ma – a ben pensarci – hanno decisamente più effetto di lunghi paroloni come “comprensibilmente” o – concedetemelo, suvvia! – “supercalifragilistichespiralidoso”.
Sto scrivendo quelle che dovrebbero essere – incrociamo le dita – le ultime battute della mia tesi di dottorato, prima di mandare la bozza in correttura e – da lì – aspettare i responsi del caso. Guardandomi indietro, mai avrei pensato che un giorno sarei (quasi) arrivata a mettere la parola fine da un lavoro del genere.
Mi ricordo quando ero piccolina e dovevo scrivere i temi per la scuola. Alla fine, volendo imitare un pochettino i cartoni animati che guardavo la sera prima di andare a dormire (unico momento in cui, se ero fortunata, riuscivo a passare del tempo con mia madre), scrivevo sempre la parola fine. La scrivevo in grosso, ne coloravo le lettere e sorridevo felice di aver portato a termine i miei compiti.
Con il passare del tempo, la parola fine ha assunto sfumature diverse.

Ci sono stati momenti in cui questa fine ha assunto le dimensioni di una chimera distante, di un frammento di tempo difficile da catturare, di un sogno al quale anelare. Erano gli anni del liceo, anni fatti di insicurezza, bullismo (su piccola e grande scala), incomprensioni, difficoltà a volermi bene.
In altrettante occasioni la parola fine mi ha fatto paura. Incerta su cosa ci sarebbe stato dopo, incerta sulle possibilità che questa vita ci offre, incerta se andare avanti sulla strada battuta o se cambiare rotta. É stato il momento post-maturità, l’anno di pausa – forzata – prima dell’inizio dell’università, i giorni successivi alla discussione della tesi di laurea magistrale. Non sapevo cosa fare di me stessa, cosa fare del mio futuro, non ricordavo di avere sogni nel cassetto.

Crescendo, mi è sempre stato detto che i sogni non sono importanti, che i miei non erano realizzabili, che avrei dovuto smetterla di pensarci e darmi da fare perché nella vita vera lavori, lavori, lavori… Perché a farcela sono in pochissimi e questi pochi hanno mezzi che la maggior parte delle persone “normali” può solo sognare. Ciononostante, ho sempre lavorato sodo ma – e me ne rendo conto solo a distanza di anni – non l’ho mai fatto per me.
Poche settimane fa, in Spagna, la mia compagna di viaggio mi ha chiesto cosa vedo nel mio futuro e dopo averle dato una risposta ho subito concluso “ma so che non è possibile, ergo…”.

Ripensandoci, mi sono arrabbiata con me stessa. Me la sono presa perché ho visto la fine prematura di un percorso che non avevo nemmeno ancora iniziato. Ho sospirato del mio essere critica con me stessa a dispetto di una marea di aspirazioni e di capacità che so di avere. 
Perché ogni fine è anche un inizio e io non vedo l’ora di iniziare questo nuovo capitolo. Perché non siamo mai finiti sinché non ci diamo per vinti. Perché voglio finire con stile ed iniziare con un botto, magari accompagnato da glitter e palloncini ad accompagnare il tutto. Che ne dite?

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