|| Expat Life || Malinconia canaglia

Lo scorso fine settimana ho avuto l’opportunità di incontrare Vincenzo Guerrizio, giornalista di Rai Tre, per chiacchierare un pochettino di Hartz IV e del miraggio di politiche simili in Italia. Senza stare a raccontarvi tutto quello che ci siamo detti (il servizio, a quanto ne so, è in fase di montaggio e poi verrà trasmesso #staytuned), mi soffermerò sulla domanda, legittima e al contempo maliziosa, che tutti, prima o poi, ci pongono. Poco prima di spegnere la telecamera, infatti, Vincenzo mi ha guardato un attimo prima di chiedermi:
“Ma l’Italia ti manca?”.
Avrei potuto dire di no e passare per la dura di turno, o la figlia irriconoscente del caso. In un momento di coraggio, invece, mi sono concessa la verità.
Dell’Italia, mi mancano le piccole cose. Mi manca l’emporio sotto casa, il chiacchiericcio un po’ rumoroso dei vicini, i treni, spesso e volentieri in ritardo, presi di corsa per andare a trovare questa o quell’amica. Mi manca la macchina parcheggiata in piazza e quei 15 minuti di autoradio a tutto volume, cantando Lady Gaga e sentendomi un po’ Gloria Gaynor. Mi mancano i miei gattoni adorati, l’amica del cuore a 15 chilometri da casa, il panettiere  del paese che fa il mio pane senza strutto preferito. Mi manca l’erboristeria che si riscopre bio-market e vende semini e spezie, le signore del gruppo di acquisto solidale e le frittate verdi di mia madre “che ho comprato le erbe aromatiche dal contadino Taldeitali”. Mi manca il sole che, a ben pensarci, è anche un po’ un modo di essere e di sentire, un calore che parte dal cuore e solo dopo arriva alle ossa e sulla pelle.

A non mancarmi è tutto il resto. La burocrazia asfissiante e spesso contraddittoria quanto oscura, il perbenismo, le promozioni immeritate e gli anni di gavetta che, invece, spesso non portano a nulla. Non rimpiango un lavoro part-time che, da solo, a malapena copriva le spese della benzina. Non provo nostalgia nei confronti di un ambiente chiuso, dove le idee nuove spesso vengono additate con sdegno ancor prima di venir prese sul serio. Non mi manca nemmeno il darsi di gomito quando tornavo a casa in compagnia, il bisbigliare continuo e l’idea altrui di aver sempre – sempre – ragione. 
Sapete? Quando penso all’Italia, ciò che provo è tristezza, non nostalgia. La tristezza di vedere, dall’alto di questa posizione in egual misura privilegiata e maledetta, il destino un po’ amaro di questo splendido angolo di mondo. Lo sconforto nell’osservare che chi inneggia al cambiamento non pare, a sua volta, pronto a cambiare. Provo amarezza nel vedere amici sconsolati, sogni distrutti, persone talmente sfiduciate da non essere nemmeno andate a votare. È un marasma di emozioni che, lo confesso, spesso mi travolge nel peggiore dei modi e al quale, ancora, non sono riuscita a dare un nome. È un groviglio di emozioni contrastanti che, prima ancora di arrivare alle labbra ed assumere la forma delle parole, parte dal cuore. Quel cuore che la ama e un po’ la odia, questa Italia, ma che, ne sono certa, non smetterà mai di osservarne le peripezie con un sorriso intenerito, prima di scuotere il capo e procedere in questo bizzarro viaggio chiamato vita.

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