|| Expat-Life || Profilo di un’expat in continuo movimento

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Prompt #11 dal sito web di Bryn Donovan: 
Write about how you’re a typical resident of your city or town… or about how you’re different from most people there. [QUI]

Riflettersi nello sguardo degli altri è un’esperienza interessante. Se da un lato ci permette di riflettere su quei piccoli difetti che potremmo – volendo – migliorare, dall’altro ci ricorda quanto sia lo sguardo stesso a condizionare la lettura e spesso questa ultima possa venire alterata dalle idee e dai preconcetti dell’osservatore.
Un esempio? Alcuni miei vicini sanno che non sono una studentessa tedesca e/o Erasmus (abbiamo amici/conoscenti in comune) ma suppongo che la maggior parte di loro non si sia mai chiesta chi io sia, da dove venga, cosa faccia. Si limitano a incrociarmi sulle scale oppure per strada e a salutarmi con un cenno del capo: sono il rumore di sottofondo che però non disturba il resto dell’esecuzione.
Per la vicina con il cane, sono semplicemente una delle tante facce che popolano la palazzina. Sono quella che si ferma per accarezzarne l’animale da compagnia ogni volta che ne ha l’occasione. Quella che una volta le ha spiegato chi chiamare se aveva dei problemi con l’acqua corrente.
Per le signore dell’emporio sotto casa, sono quella che compra frutta, verdura, qualche volta una tavoletta di cioccolato e che dice perennemente “Danke”. Pure se a volte si dimenticano di darmi lo scontrino. Sono quella che – appena arrivata – faceva la spesa solo ed esclusivamente da loro perché avventurarsi nel centro e dover poi portare le borse sino a casa era un’esperienza che sapeva di rischio e di perdita di una zona di comfort che – seppure nei suoi limiti – le prime settimane mi ha fatta sentire quantomeno al sicuro.
Per le mie colleghe sono la quasi-trentenne che si sono ritrovate tra capo e collo a giugno dell’anno scorso. Quella che parla poco, sorride quasi a tutti ed è disgustosamente educata con il 95% dei clienti. Il 5% restante gode di altrettanta educazione mescolata, però, ad un distacco che porta qualcuno a definirmi “passivo-aggressiva”. Sono la collega con l’accento che incuriosisce alcuni clienti e spinge altri a provare un approccio in inglese, francese, spagnolo. All’italiano – chissà come mai – non hanno mai pensato.
Le mie amicizie mi vedono poco, ma sanno che ci sono. Insomma, per quanto possa parere banale sanno che la mia presenza fisica spesso non coincide con la mia partecipazione emotiva oppure con il mio affetto. Semplicemente ho un bisogno di socialità – intesa come gruppi medio-grandi di persone – inferiore. Per un caffè, un the, un pezzo di torta o anche solo due chiacchiere sono sempre disponibile, ma sanno che è più probabile vedermi ad un concerto che non ad una festa.
La mia dentista sorride ogni volta che mi vede perché sa che sono abbastanza suscettibile ed irritabile, quando si tratta di farmi mettere le mani in bocca. 
La mia terapeuta dice che sono un caso esemplare di successo e sorride dei miei progressi, piccoli e grandi. Mi ha ascoltata per ore elencare ogni momento buio, ogni attimo pregno di violenza – fisica e verbale -, di odio e di abuso e alla fine mi ha detto “E ora? Che si fa, ora?”. Da quel momento sono diventata la paziente che ha lavorato sodo, ha brillato in quanto a dedizione e nonostante le piccole e grandi frustrazioni non ha mai smesso di impegnarsi.
Parimenti, per il mio medico sono la paziente che va proprio solo quando non è nelle condizioni fisiche di lavorare, quella che cerca di nascondere almeno una parte del proprio malessere ma che alla fine deve arrendersi all’eventualità di rimanere a letto per qualche giorno. Doctor’s orders.

Chiunque deciderà di posare lo sguardo su di me, anche se solo per un istante, utilizzerà almeno tre aggettivi e – con un po’ di fortuna – una metafora per descrivermi, incurante del fatto io sia d’accordo o meno. Vedrà la corazza, magari intravederà qualche frammento della me più nascosta e si soffermerà a chiedersi chi sia e/o cosa faccia. In qualche modo, mi permetterà di crescere, di cambiare quelle piccole cose di me che posso migliorare e di diventare la persona che sogno di essere. Saranno piccoli aiutanti disseminati lungo il cammino, quegli esserini simpatici anche se un po’ noiosi che permettono agli eroi (e alle eroine!) di sconfiggere i propri demoni e – perché no? – i draghi.

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