|| Expat-Life || Status Quo (Vadis)

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Approfitto della conversazione avuta qualche giorno fa con un’amica per inaugurare un post che, di base, fa da cornice all’intera Mini-Serie Expat on a budget. Tornando a casa da un concerto, mi ha chiesto se non ho anche io paura del futuro, di arrivare all’età della pensione, percepirne una da fame e non avere nulla da parte. Ha poi aggiunto, evidentemente preoccupata per il proprio avvenire, che spesso si chiede come mai non sia ancora iniziata, per lei, la vita vera. Perché, nonostante un lavoro rispettabilissimo, non si senta padrona di quella stabilità che invece ha visto manifestarsi attraverso l’esempio fornitole dai suoi genitori. 

Lo confesso: un po’ ho sorriso intenerita, un po’ mi sono incaponita e, alla fine, ho sospirato.

Qualche tempo fa, parlando di adulting (ossia di comportamenti adatti ad un adulto o tipici di una persona ritenuta adulta), The Financial Diet sottolineava quanto, di base, viviamo in un’epoca in cui l’età adulta ha altre “caratteristiche” rispetto alle generazioni precedenti. Un esempio? I miei genitori si sono sposati a 20 anni, lavoravano da almeno quattro e poco dopo hanno coronato il sogno del posto fisso e della casa di proprietà. Io ne ho quasi trenta, ho due coinquilini e un cane, una casa di proprietà in Italia che mi salassa due volte l’anno e poco altro. Sono fiera del mio riuscire a vivere con poco e in poco spazio e, in questa pochezza, trovo un equilibrio che non vedo in persone di quindici o venti anni più vecchie di me.
D’altra parte, il mondo del lavoro si è sviluppato in maniera tale per cui il posto fisso, pur esistendo ancora (io ho un contratto indeterminato, ad esempio), è meno popolare e la cui parola d’ordine è flessibilità. Non parlo solo della capacità di adattarsi non solo al mercato lavorativo ma ai cambiamenti costanti di una società perennemente in evoluzione, bensì della capacità di cambiare insieme alla realtà che ci circonda, adattandosi e reinventandosi più volte.
Pippone socio-economico a parte, mi sono resa conto che il suo era un problema che, in qualche modo, aveva a che fare con il cosiddetto “status quo”. Pur trattandosi di un’amica che adoro, uno dei suoi più grandi limiti è proprio quello di paragonarsi perennemente agli altri. Di vedere quanto alcuni raggiungono e, automaticamente, di volerlo. Se ci pensiamo bene, è una delle caratteristiche del mondo in cui viviamo: dagli smartphone sempre nuovi alle vacanze da sogno da instagrammare passando per i vestiti freschi di vetrina che, in capo a un paio di mesi, non verranno più usati. Volendo usare un paragone nemmeno troppo azzardato, cerchiamo gli altri ogni volta che ci guardiamo allo specchio, con la speranza di risultare più di successo, più belli, più ricchi, più conformati.
Parlare di minimalismo, budgeting, vita frugale è percepito, spesso, come una moda oppure come un modo per sbarcare il lunario stringendo la cinghia in maniera disperata. Non si tratta di questo. Si tratta di una piccola-grande rivoluzione, di un calcio al sistema, di una sfida nei confronti di se stessi, di un modo per mettersi alla prova e ricalibrare le proprie priorità. Significa godere a pieno di ciò che ci circonda ed essere coscienti e grati di quanto abbiamo. L’importante non è il fatto sia molto o poco: a contare davvero è il fatto ci renda felice. Felice da far schifo.

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