|| Expat-Life || Storia del mio burn-out

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[Nota: il titolo non è solo deliziosamente auto-esplicativo, ma fa anche riferimento ad un romanzo di Gabriel Garcia Marquez dal titolo “Memoria delle mie puttane tristi”]
Prima mi è capitato sott’occhio un articolo pubblicato su Thrive a proposito di burn-out e di sintomi che dovrebbero allarmarci almeno un pochettino. 
Per chi si fosse perso nei meandri delle millemila facezie del mio quotidiano, l’anno scorso a luglio ho cambiato lavoro. Ho messo da parte l’orgoglio e ho inghiottito, prima di alzare – metaforicamente – la mano e dire “Non ce la faccio più”.

Ho spinto a lato la carriera che avrei voluto – e forse dovuto – avere e mi sono dovuta “accontentare” di un lavoro sicuro ma decisamente meno stimolante, che però mi dava la possibilità di prendermi cura di me stessa e di riniziare per bene.
Ricordo ancora distintamente la nausea, le notti passate a rigirarmi nel letto, le gastrite che ormai non mi molla più e ogni tanto torna a far capolino, il panico che mi prendeva nei momenti più impensati, persino il pensiero di non voler più andare avanti. Ho accumulato lavoro su lavoro, nonostante sapessi che quella non era la scelta giusta, e non riuscivo a smettere di dire “Sì” ogni volta che mi venivano chieste ore in più o disponibilità per guide turistiche in capo al mondo.
Ad un certo punto non ce l’ho più fatta, non riconoscevo la persona che vedevo allo specchio e – di quella nuova me – un poco mi vergognavo. Passavo il 70% delle mie giornate lavorando e il restante 30% in ansia. Avevo smesso di provare piacere per un lavoro che adoravo (che adoro!) e andavo avanti per pura inerzia. Non ce la facevo più e la cosa peggiore di tutte era che non ne parlavo con nessuno. Non permettevo a nessuno di vedere oltre quella patina di lucida tranquillità che era un po’ anche una maschera e ignoravo ogni singolo campanello d’allarme dicendo “Va tutto bene. Ce la posso fare”. 
Ho perso peso, dormito poco, ho letteralmente messo a rischio la mia salute mentale e ho poi impiegato mesi per recuperare, stupendomi di quanto leggero e allo stesso tempo terrificante fosse questo nuovo carico che avevo sulle spalle, così diverso da quello precedente. Ho fatto pace con me stessa per l’ennesima volta e ho riniziato da capo. Di nuovo. Con l’aiuto delle persone che amo (perlomeno di alcune di loro) e di quelle di cui mi fido. Ho intrapreso un nuovo cammino ricordandomi perché – nonostante il mio essere socialmente selettiva, nonostante altri mi definiscano solitaria o nel peggiore dei casi misantropa – adori gli esseri umani: perché non mollano, perché hanno il coraggio di ricominciare da capo, perché sono resilienti e lo sono in maniera persino commovente. So per esperienza quanto sia difficile realizzare quando è arrivato il momento di dire basta, so cosa vuol dire sentirsi ripetere “Ti ricordavo diversa. Ora frigni soltanto”, conosco la vergogna e conosco la pena di tutto questo. Fortunatamente, ho potuto conoscere anche l’altra faccia della medaglia e posso assicurarvi che c’è una soluzione, che le vie d’uscita esistono e che non siete soli. Che credo in voi, che siete amati e che – dannazione! – so quanto meravigliosamente resilienti, combattivi e fieri siete. Se dopo aver letto queste parole sentite di dover chiedere aiuto, vi prego, fatelo. Mettete da parte orgoglio e vergogna e affidatevi a chi è disposto a tendervi una mano: probabilmente rimarrete stupiti da quanti visi amici si dimostreranno disposti a camminare al vostro fianco almeno per un poco, per essere sicuri imbocchiate la strada giusta.

Immagine trovata su Pinterest
Piccola nota di servizio: mi sono finalmente decisa ad aprire una pagina Facebook che ospiterà i contenuti di Hopeless Wanderer, magari qualche foto random e qualche articolo interessante. Che ne dite di cliccare “Mi piace”? 😉

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