In quel momento, lo giuro, eravamo infiniti.

A otto anni, a Natale, ricevetti una macchina da scrivere. Il giorno dopo, mentre mia madre preparava gli ultimi antipasti e controllava che le porcellano luccicassero a dovere, ho iniziato a digitare incerta le prime parole. Per anni, non ho più smesso. Non l’ho fatto nemmeno di fronte al ridacchiare di chi, incapace di comprendere il mio rapporto quasi morboso con le parole, pensava fosse la mania del momento. 
Mi sono imposta una pausa anni dopo, quando scrivere significava percepire un dolore che non ero certa di riuscire a sopportare. Ho chiuso penna e quaderno in un cassetto e ho sperimentato un dolore diverso: quello dell’assenza. Mi mancavano, le parole. Mi mancava mettere in fila suoni, colori, emozioni, frammenti di una me che andava formandosi.

Vent’anni dopo l’avvento di quella macchina da scrivere, ho ripreso la penna in mano per partecipare a un concorso letterario. Ho redatto un testo che, pur convincendomi nei contenuti, mi pareva ancora un po’ acerbo. L’ho inviato lo stesso, decisa a rompere un silenzio al quale io stessa mi ero costretta. L’ho spedito senza aspettative.

Due mesi e mezzo dopo, seduta in aeroporto a Düsseldorf, ho scoperto di essermi aggiudicata il secondo posto. Secondo posto. Uno dei miei libri preferiti, del quale la maggior parte della gente conosce solo il film, recita “And in that moment, I swear, we were infinite” (e in quel momento, lo giuro, eravamo infiniti). In quel momento, quando ho letto il mio nome e le orecchie hanno iniziato a fischiarmi, mi sono sentita infinita. Infinitamente grata, infinitamente commossa, infinitamente sorpresa nell’aver ricevuto quel genere di conferma. Prima, le mie parole erano, appunto, solo mie. Da quel momento, ho imparato il valore della condivisione, nella speranza che queste possano portare perlomeno un attimo sollievo, un frammento di pace. 
Oggi, tornata a casa dal lavoro, ho trovato una scatola gialla. La scrittura familiare, le lettere tondeggianti, quel profumo quasi stucchevole che però sa di casa… ho iniziato a sorridere ancor prima di aprire quel pacchetto indirizzato a me. Ho sorriso mentre lo aprivo. Ho sorriso mentre, con le mani tremanti, ho preso tra le mani l’antologia che contiene anche il mio racconto. Ho sorriso, ho singhiozzato, ho ringraziato quella piccola macchina da scrivere elettrica che, pur facendo un casino infernale ogni volta che la accendevo, mi ha regalato un paio di ali e mi ha insegnato a volare.

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