Ieri ho guardato negli occhi un clochard

Ieri ho guardato negli occhi un clochard. 
Si è seduto davanti a me, sulla U-bahn, dopo aver arrancato per salire ed essersi tirato dietro un carretto pieno di chissà cosa.
Aveva una vecchia giacca da sci, sporca di vernice blu, e un golf sformato e troppo sottile per ripararlo dal freddo di queste giornate balorde. Le tasche erano piene di fogli e a quei fogli pareva aggrapparsi. Aveva gli occhi tristi e persi in chissà che pensieri. Le rughe in viso parlavano di anni passati ad arrancare, tremare, cadere, strisciare e poi barcollare a ginocchioni. Aveva le mani fini, un po’ nodose e per tutto il tempo ho scrutato i suoi tratti delicati per capire se si trattasse di un uomo o di una donna: era un concentrato di androgina solitudine. Per tutta la durata del viaggio non ha proferito parola, limitandosi ad osservare il vuoto innanzi a sé.
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Per le ore a seguire, persa nelle sale dei musei che tanto amo, mi sono chiesta quale fosse la sua storia. Mi sono domandata quali fossero le maledizioni che gli pesavano sulle spalle, quali le parole che parevano restargli bloccate in gola. Non ho trovato le risposte che cercavo, nemmeno tra i dipinti di Monet e di Mirò.
Oggi, mentre aspettavo il bus per tornare a casa, ho visto gli stessi occhi, lo stesso sguardo perso e triste. Era un altro volto, però. Era un ragazzino biondo, con un sacco a pelo avvolto in una coperta IKEA e tenuto sulle spalle come un infante stretto nella sua fascia.
Mi sono guardata intorno e ne ho visti altri. Ho visto anime perse. Rifiutate dal ben pensare comune e tirate fuori dal loro personale inferno solo per un paio d’ore, un sollievo a scadenza giusto il tempo di pubblicizzare l’ennesimo benefit. Le ho viste e ho pensato a tutte le volte in cui ci lamentiamo degli scossoni che la vita ci dà, senza pensare alla terra che, nonostante tutto, ci rimane sotto i piedi.
Ieri ho visto un clochard, sulla U-bahn. poi l’ho perso di vista. Curioso, non trovate?, il fatto che ora non riesca a levarmelo dalla testa. Ho visto un’anima persa e triste e quella tristezza è diventata anche un po’ mia. Alleggerire il peso che preme sulle sue fragili spalle, però, non è così semplice. Ho visto un clochard ieri, sulla U-bahn. Ne ho scrutato le iridi solo per un secondo e, a distanza di ore e chilometri, spero che il sole timido di oggi gli scaldi le ossa come quel golf leggero non può fare. Spero che i fogli ai quali si aggrappa gli offrano sollievo e sicurezza. Spero che il suo carrellino sia leggero come immagino essere il suo passo, su questa terra.
Ieri, sulla U-bahn, ho guardato negli occhi un clochard.

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