Lavorare all’estero: un manuale introspettivo

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Tutto ciò che avrei voluto sapere ma nessuno mi ha mai detto quando decisi di andare a lavorare all’estero.

Mondo del lavoro italiano: la mia non-esperienza

Del mondo del lavoro ho sempre saputo molto poco. Ancor prima di finire gli esami di maturità, lo ricordo bene, dovetti candidarmi per una posizione a caso. Senza nemmeno sapere quale corso di studi avrei voluto frequentare, fui messa di fronte alla necessità di mantenermi. Non sapevo neppure bene di che lavoro si trattasse, sapete? Ciononostante, sotto l’occhio attento di mia madre, compilai un curriculum vitae decisamente scarno e lo inviai. In capo ad un paio di settimane ricevetti una risposta e, da quel momento, l’iter fu:
curriculum-test di cultura generale-colloquio-colloquio-test psicoattitudinale-colloquio con l’Ufficio di Collocamento-visita medica-assunzione.
Insomma: mi trasformai in una trottola vivente.

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Pensavo di candidarmi per una semplice posizione di cassiera e invece mi ritrovai a girare come una trottola

Agli occhi di un osservatore esterno, ne ero consapevole, io facevo parte dei “pochi eletti”. Avevo un contratto in regola, uno stipendio fisso e i contributi pagati. Delle dinamiche del mondo del lavoro, però, degli in&out di un mercato in recessione, non sapevo nulla. Leggevo i quotidiani, annuivo educatamente a chi mi invidiava il posto fisso ma, in tutta onestà, continuavo a capirci poco o nulla.

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Lavorare ai tempi dell’università è stata una maledizione e al tempo stesso una benedizione. Dopo ore passate con clienti intollerabili, anche l’esame più ostico mi sembrava una passeggiata.

Lavorare all’estero: un gioco di casualità

Quando mi trasferii in Germania, trovai lavoro un po’ per caso. Senza pensarci troppo, mandai un paio di curriculum in giro e una scuola mi contattò per affidarmi due corsi. Anche lavorare all’estero, insomma, si trasformò ben presto in un gioco di coincidenze, non-coincidenze e casualità. Da cosa nacque cosa e, lentamente, iniziai a crearmi una routine fatta di lezioni e turisti. A lungo andare, lo sapevo bene, non era sostenibile. Riuscivo a malapena a mantenermi, cullandomi con le prospettive del prossimo corso, dei prossimi turisti, dei prossimi incarichi. Era un gioco di equilibri complesso eppure eccitante, dal quale nonostante tutto ho imparato un sacco. Tornassi indietro, insomma, lo rifarei. Magari cambierei un paio di cose ma lo rifarei. Fosse solo per l’enorme esperienza.

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Imparare a gestire lavori diversi, spesso in cittadine diverse, mi ha aiutato a sviluppare capacità organizzative invidiabili.

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Dopo mesi esilaranti trascorsi in viaggio, ho nuovamente scelto di lavorare all’estero. Se da un lato ero consapevole di alcune delle dinamiche relative al mondo del lavoro tedesco, dall’altro c’erano un sacco di piccole cose che mi mancavano. Le sto imparando poco a poco e, forse, metterle nero su bianco potrà aiutarmi a capirci qualcosa in più. O potrà aiutare qualche altra persona intenzionata a lavorare all’estero ma insicura sul come e sul perché delle cose.

Lavoro all’estero: iniziare con un investimento

Ho imparato che lavorare all’estero, spesso, significa investire tempo e soprattutto denaro senza poterci pensare troppo. Lo si fa sperando in un periodo di prova, in un cenno affermativo, in un colloquio. Lo si fa perché occorre investire a fronte su sé stessi, anche se fa paura. Per questo motivo, mi sono resa conto che progettare un futuro all’estero, un trasferimento, un colpo di coda spesso è una questione di privilegio. Anche i salti nel buio, a volte, hanno bisogno di un trampolino di lancio.

Cercare lavoro all’estero significa correre (e risparmiare)

Ho imparato che sperare di lavorare all’estero può voler dire trascorrere giornate in treno e serate in ostello, districandosi tra persone che russano e altre che intasano il bagno. Significa ritornare esausti e sporchi, lavarsi di corsa e non riuscire a riposarsi sul serio, prima di iniziare tutto da capo. Significa mangiucchiare panini scadenti e bretzel salati, perché bisogna risparmiare in vista di un futuro nel quale si spera. 

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Mangiucchiare un bretzel di corsa, ormai, è un gesto istintivo.

Lavorare all’estero: un gioco di equilibri

Mi sono ricordata che per lavorare all’estero occorre anche essere resilienti e, forse forse, un po’ pazzi. Bisogna aggrapparsi alle proprie aspirazioni e ai propri sogni pur mantenendo i piedi per terra. È necessario, poi, essere un po’ folli e un po’ concreti, trovando un equilibrio tanto impossibile quanto esilarante. Occorre saper ridimensionare le proprie aspettative. Bisogna ingrandirle e rimpicciolirle a seconda delle condizioni del momento e continuare a fare così lungo tutto il cammino. 

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A volte, far combaciare sogni ed aspirazioni lavorative si trasforma in un gioco di equilibri

Lavorare all’estero: le non-coincidenze

Ho scelto di iniziare un nuovo percorso e di lavorare all’estero dopo lunghe meditazioni. Inizialmente avrei voluto viaggiare ancora un semestre, forse addirittura due. Curiosamente, poi, non mi sarebbe pesato investire il mio denaro in un biglietto aereo per l’Est Europa. Mi sono, però, trovata di fronte ad un paio di possibilità che, probabilmente, altrimenti non sarebbero ricapitate e ho deciso di coglierle. Ho scelto di crederci ogni giorno un po’ di più e di darmi da fare. Ho deciso di trasformare i miei sogni in realtà e di buttarmi nel vuoto. Insomma: ho scritto il mio curriculum vitae per l’ennesima volta e l’ho corredato di referenze e presentazioni. L’ho fatto leggere ad un’amica (grazie, Pappnase) e, una volta corretto e limato, l’ho spedito. Ho immesso quel genere di energia nell’universo. Ci ho creduto. 

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Scrivere un curriculum vitae richiede tempo e pazienza. Se non ve la sentiste, chiedere aiuto a qualcuno è un’ottimo modo per evitare di compilarne versioni incomplete o formalmente scorrette.

Lavorare all’estero: crederci aiuta.

Ho imparato che per lavorare all’estero bisogna crederci. È necessario credere in se stessi, nelle proprie aspirazioni, nelle proprie capacità. Occorre darsi da fare ed essere pronti ed elastici al punto giusto. Significa riconoscere onestamente i propri limiti, i propri difetti ed i propri punti di forza. Spesso, peraltro, vuole anche dire imparare a presentare solo il meglio di se stessi. È difficile, spesso e volentieri, far combaciare umanità, vulnerabilità e le aspettative altrui che ci vogliono “fighissimi e pure con un sacco di like“.

Lavorare all’estero: sfida accettata.

È difficile ma non impossibile, è complesso ma esilarante. È un continuo “si può fare” e “o forse no?”. È un gioco di equilibri, di vuoti a perdere e spesso persino a rendere. Lavorare all’estero è una sfida, così come lo è realizzare i propri sogni, trasformarli in aspirazioni concrete e cose certe. Ecco, se ecco ciò che avrei voluto sapere sin dal principio: è difficile, fa diventar matti, pieni di dubbi e persino un po’ lunatici. È una lotta continua con se stessi e gli altri. È un’equazione piena di variabili che però, una volta risolta, vi ricorderà che ce l’avete fatta. Che ne è valsa la pena.

(E se così non fosse, continuate a cercare. A lottare. A metter tutto in gioco. Nessuna battaglia è stata vinta rimanendo fermi)

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