Resilienza quotidiana in espatrio

pubblicato in: Diaries, Expat-Life | 0

Qualche tempo fa, al solo sentire la parola resilienza, avrei sospirato rumorosamente.
Se c’è una cosa che mi ha sempre fatto storcere il naso, infatti, sono gli articoli in cui se ne parla. Leggere di questa forza primordiale che ci fa rialzare, asciugarci le lacrime ed andare avanti, davvero, non faceva per me. Non è il concetto a farmi arricciare il naso, capiamoci, bensì la retorica di chi sorride della resilienza umana dall’alto del proprio scranno senza alcuna cognizione di causa. Insomma, come direbbero i miei amici tedeschi: “leere Worte, mein Freund, leere Worte.” (Parole vuote, amico mio. Parole vuote)

Resilienza come antidoto allo stress del quotidiano

Venerdì, dopo aver lavorato otto ore in mezzo a clienti francamente esasperanti, roba che persino la padrona del negozio era senza parole, sono arrivata a casa e mi sono guardata attorno. Valigie da riempire, borse da portare alla campana dei vestiti, documenti da mettere in ordine e via discorrendo… insomma: un bel casino. Tutto ‘sto disordine, unito al fatto ci siano cose che non possa ritirare e/o sistemare prima dell’ultimissimo minuto, mi ha sopraffatta al punto tale che, davvero, desideravo solo sedermi e passare il tempo davanti all’ennesimo loop  fatto di gattini adorabili e famiglie riunite coi loro animaletti. Insomma, Netflix pareva una soluzione decisamente più allettante delle millemila faccende che, invece, mi aspettavano alla porta.

Resilienza come non-scelta

Mi sono fatta un the, ho mangiato uno yogurt e poi ho sistemato alcuni vestiti da donare (conto di partire con il minimo-minimissimo e di farmelo bastare. Coi denti), portato la stampante alla campana degli elettrodomestici e buttato l’ennesimo sacco di spazzatura. Ho eliminato della carta inutile, scannerizzato documenti e dato il bianco. Ho persino trovato un piano tariffario più conveniente della mia attuale offerta telefonica e ringraziato il cielo che il Roaming in Europa ormai sia un lontano ricordo.
Intendiamoci: non l’ho fatto avendo scoperto in me l’incredibile forza titanica di cui sopra, bensì perché non avevo scelta. Anche a cercarla per bene, non avevo un’altra opzione. Rimanere seduta in mezzo a una marea di cose da fare, per quanto allettante, non era una prospettiva contemplabile.  Piuttosto di rimanere ferma a guardare il baratro, per farla breve, mi sono concessa un salto nel vuoto. Piccolo o grande che fosse, questo atto di resilienza era sicuramente meglio dell’immobilità causata dal panico o dalla rassegnazione.
Ho chiuso gli occhi, stretto i denti ed ho messo le mani in avanti, invece di mettermele tra i capelli.
Ho preso un respiro profondo prima di fare un piccolo passo, poi un altro ancora, poi un altro e, dopo questa piccola rincorsa, mi sono buttata.
Non fatto questo salto in preda alla forza imperante e primigenia di che so io: l’ho fatto perché, letteralmente, non avevo altra scelta. Anche a raschiare sul fondo del barile, insomma, non c’era altro ad attendermi.

Resilienza come scelta ponderata di coraggio

A volte, ho realizzato, il coraggio si trova dall’altra parte rispetto alla paura.
A volte, invece, si tratta dell’unica risposta possibile a quel terrore un po’ subdolo che non ci lascia stare. Si tratta dell’unica alternativa ad una rassegnazione che, da sola, non ci porterebbe da nessuna parte e, tutt’al più, ci farebbe tornare indietro di almeno una decina di passi.

A volte, insomma, la resilienza non è un istinto primordiale, bensì una scelta ponderata ed un esercizio di disciplina interiore. È facile? No. Proprio per questo detesto la retorica vuota di chi, dall’alto di uno scranno dorato, parla di resilienza e di coraggio senza averne sperimentato i propri effetti sulla pelle. Sì: anche quelli meno gradevoli.
Sarebbe bello, lo confesso, smetterla di indorare pillole e tingere di rosa realtà che, ammettiamolo, di roseo hanno ben poco. Sarebbe oltremodo fantastico, sul serio, se imparassimo ad accettare queste palate di grigio per quello che sono e, una volta fatto questo, a muoverci di conseguenza nel tentativo di regalare loro almeno un pochino di colore. Che ne dite? Vale la pena di fare un tentativo? Io credo proprio di sì.

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