Ten years a nomad, il viaggio di Nomadic Matt

Chi mi conosce ben sa quanto io ami leggere. La letteratura di viaggio, poi, è uno dei miei generi preferiti. Sfoglio volentieri i racconti semi-seri di aspiranti blogger o di scrittori improvvisati, sempre alla ricerca dell’avventura del momento. Allo stesso modo, non riesco a non sorridere di fronte alle parole mai sottotono di autori quali Tabucchi o Terzani. Le loro pagine, infatti, mi hanno accompagnata in più di un “viaggio dell’anima”.

Nomadic Matt è entrato nella mia lista di lettura poco prima di Natale.

Un gruppo Facebook di viaggiatrici ha indetto la lettura comunitaria di “Ten years a nomad” con l’intento di scambiarsi opinioni e riflessioni. Incuriosita da un titolo decisamente promettente, quindi, mi sono unita senza pensarci troppo. Si tratta del diario di viaggio, fisico ma non solo, di Matt Kepnes. Spinto dalla voglia di conoscere il mondo, di farlo per davvero, Matt decide di lasciarsi la quotidianità, rassicurante ma allo stesso modo alienante, alle spalle. 

Il viaggio di Matt, ovviamente, ha alti e bassi.

Matt la chiama ansia del viaggiatore, in inglese travel anxiety, e ne parla più di una volta. Sopraffatto dagli impegni e dalle responsabilità del proprio lavoro di autore di testi di viaggio, lo scrittore si ritrova spesso davanti a un bivio. Da un lato, ha finalmente la possibilità di visitare luoghi dei quali molte persone nemmeno hanno sentito parlare. Dall’altro il fremere malsano di chi, davvero, non ne può più di vedere cose nuove e doverne scrivere per soddisfare un pubblico spesso ingrato e interessato solo per metà.

E che dire della FOMO?

Chiamata “Fear of missing out”, si tratta della paura spesso infondata di perdersi l’evento del secolo, il paesaggio instagrammabile, il momento più cool di sempre. Anche Matt ne è vittima, incapace di scindere tra ciò che desidera davvero vedere e quello che pensa sia un must. A questo, ovviamente, si aggiunge l’incapacità di disconnettersi dal mondo dei social. Anche in virtù di un lavoro che lo vuole sempre attivo e online, l’autore di “Ten years a nomad” rinuncia ad esplorare angoli incontaminati e vergini. Non riesce a rinunciare alla coperta di Linus fornita dalla rete wifi dell’ostello e, per estensione, a quella rete di cose familiari che gli danno sicurezza.

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“Ten years a nomad”, più di ogni altra cosa, è un resoconto di formazione.

Matt cresce, si scopre, impara a gestire le proprie emozioni in maniera sana e a riconoscere i propri limiti. Di fronte ai resoconti patinati dei blogger in cerca di fama, si tratta di un resoconto onesto. È un’onestà rinfrenscante, quella di Matt, un’onestà necessaria. Decidendo di non nascondersi dietro alle descrizioni di spiagge da sogno oppure di camminate nell’entroterra del Sudamerica, parla di ansia, depressione e salute mentale. Parla anche delle piccole truffe nelle quali persino i viaggiatori più esperti incappano. A questo, ovviamente, si aggiungono i profumi e i colori di angoli di mondo davvero incredibili. “Ten years a nomad” è un concentrato di gioie, dolore, soddisfazioni ma anche paure. È un resoconto spesso infuriante ma mai disonesto che, credetemi, vale davvero la pena di leggere. Non ve ne pentirete, promesso! 

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