Ten years a nomad, il viaggio di Nomadic Matt

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Chi mi conosce ben sa quanto io ami leggere. La letteratura di viaggio, poi, è uno dei miei generi preferiti. Sfoglio volentieri i racconti semi-seri di aspiranti blogger o di scrittori improvvisati, sempre alla ricerca dell’avventura del momento. Allo stesso modo, non riesco a non sorridere di fronte alle parole mai sottotono di autori quali Tabucchi o Terzani. Le loro pagine, infatti, mi hanno accompagnata in più di un “viaggio dell’anima”.

Nomadic Matt è entrato nella mia lista di lettura poco prima di Natale.

Un gruppo Facebook di viaggiatrici ha indetto la lettura comunitaria di “Ten years a nomad” con l’intento di scambiarsi opinioni e riflessioni. Incuriosita da un titolo decisamente promettente, quindi, mi sono unita senza pensarci troppo. Ognuna di noi ha letto il libro in questione e aveva l’obiettivo di finirlo entro una tempistica prestabilita. A libro concluso, poi, ogni giorno eravamo poste di fronte a un quesito che, oltre a farci ripercorrere le pagine del libro, ci permetteva di parlare almeno un pochettino di noi stesse.

Ma di cosa si tratta?

“Ten years a nomad” è il diario di viaggio, fisico ma non solo, di Matt Kepnes. Spinto dalla voglia di conoscere il mondo, di farlo per davvero, Matt decide di lasciarsi la quotidianità, rassicurante ma allo stesso modo alienante, alle spalle. Nonostante il lavoro fisso che pur con i suoi limiti gli forniva sicurezza, lui parte. Cerca di chiudere in un cassetto gli sguardi preoccupati e un poco contrariati della famiglia e decide di rimettersi in movimento.

Il viaggio di Matt, ovviamente, ha alti e bassi.

Chiunque abbia viaggiato per un periodo maggiore rispetto alle due settimane canoniche lo sa bene. Ci sono momenti in cui si rimpiange la propria decisione, attimi in cui si pensa a quanto sia buono il minestrone della nonna e persino situazioni che ci fanno dire: “Io me ne torno indietro”. È un accumularsi di pensieri negativi che, spesso, rovina almeno un poco persino il viaggio più spettacolare di sempre. Questa, poi, non è l’unica bestia che Matt si trova a dover affrontare.

L’autore di “Ten years a nomad” la chiama ansia del viaggiatore, in inglese travel anxiety, e ne parla più di una volta. Sopraffatto dagli impegni e dalle responsabilità del proprio lavoro di autore di testi di viaggio, lo scrittore si ritrova spesso davanti a un bivio. Da un lato, ha finalmente la possibilità di visitare luoghi dei quali molte persone nemmeno hanno sentito parlare. Può riempirsi gli occhi e il cuore di paesaggi da sogno, spesso ancora incontaminati, e cercare di restituire almeno un poco della meraviglia che prova. Dall’altro, è inutile negare il fremere malsano di chi, davvero, non ne può più di vedere cose nuove e doverne scrivere. A quale scopo, poi? Ben presto Matt riconosce quanto, a volte, il pubblico dei lettori che lo segue sia  spesso ingrato e interessato solo per metà.

E che dire della FOMO?

Chiamata “Fear of missing out”, si tratta della paura spesso infondata di perdersi l’evento del secolo, il paesaggio instagrammabile, il momento più cool di sempre. Anche Matt ne è vittima, incapace di scindere tra ciò che desidera davvero vedere e quello che pensa sia un must. È una sensazione che, volendo, conosciamo proprio un po’ tutti. È il richiamo del “l’ho visto su Facebook e sembrava proprio bello: andiamoci!”. Si tratta della pressione sociale che ci soggioga, spesso, senza darci la possibilità di rendercene pienamente conto.

A questo, ovviamente, si aggiunge l’incapacità di quasi tutti noi di disconnettersi dal mondo dei social. Anche in virtù di un lavoro che lo vuole sempre attivo e online, sempre pronto a postare la foto, rispondere al commento, ritwittare questo o quel contenuto, l’autore di “Ten years a nomad” rinuncia ad esplorare angoli incontaminati e vergini. Nonostante il richiamo dell’ignoto e della natura siano forti e presenti, ahinoi, Matt non ce la fa. Non riesce a rinunciare alla coperta di Linus fornita dal wifi dell’ostello e, per estensione, a quella rete di cose familiari che gli danno sicurezza.

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“Ten years a nomad”, più di ogni altra cosa, è un resoconto di formazione.

Matt cresce, si scopre, impara a gestire le proprie emozioni in maniera sana e a riconoscere i propri limiti. Di fronte ai resoconti patinati dei blogger in cerca di fama, si tratta di un resoconto onesto. È un’onestà rinfrenscante, quella di Matt, un’onestà necessaria. Decidendo di non nascondersi dietro alle descrizioni di spiagge da sogno oppure di camminate nell’entroterra del Sudamerica, parla di ansia, depressione e salute mentale. Si tratta di un tema importante, attuale e sicuramente necessario che fa avvicinare il lettore alle pagine di “Ten years a nomad” in maniera decisamente diversa.

L’autore parla, poi, anche delle piccole truffe nelle quali persino i viaggiatori più esperti incappano. Dal caffè più costoso ai taxisti che se ne approfittano passando per le indicazioni stradali date solo con l’intento di portarvi alla boutique del lontano parente, davvero, ce n’è per tutti i gusti. A questo, ovviamente, si aggiungono i profumi e i colori di angoli di mondo davvero incredibili. L’aria frizzante, l’acqua cristallina, la frutta dolcissima, i sorrisi dei locali e l’accoglienza di perfetti sconosciuti che, inconsapevolmente, diventano gli eroi di una favola ancora tutta da scrivere. “Ten years a nomad” è tutto questo e ancora molto altro. Si tratta di un concentrato di gioie, dolore, soddisfazioni ma anche paure. È un resoconto spesso infuriante ma mai disonesto che, credetemi, vale davvero la pena di leggere. Non ve ne pentirete, promesso! 

A proposito del libro.
A proposito dell’autore.

Questo post non è stato scritto in seguito ad accordi di collaborazione tra l’autrice e Nomadic Matt e rispecchia le mie opinioni in merito. Non è quindi da considerarsi come pubblicità ma come semplice recensione.

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